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AI Literacy per il Terzo Settore: come farsi trovare pronti al cambiamento 

Il momento in cui viviamo è uno di quelli che, guardandoli con il senno di poi, si riconoscono come spartiacque. L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia del futuro: è già dentro le nostre organizzazioni, anche quando non lo sappiamo ancora. La domanda non è se il Terzo Settore adotterà l’AI, ma se saprà farlo in modo consapevole, strategico e fedele ai propri valori.

I dati sono chiari. In Italia, il mercato dell’AI sta crescendo esponenzialmente di anno in anno, eppure, questo slancio riguarda quasi esclusivamente le grandi imprese e la pubblica amministrazione. Il Terzo Settore — che conta oltre 360.000 organizzazioni, milioni di volontari e un ruolo fondamentale nella coesione sociale del Paese — è rimasto ai margini di questa trasformazione.

Le ragioni sono comprensibili: risorse limitate, competenze digitali disomogenee, una cultura organizzativa che tende a privilegiare le relazioni umane rispetto agli strumenti tecnologici. Eppure, proprio quella cultura — centrata sul valore delle persone e sull’impatto sociale — potrebbe fare del Terzo Settore un laboratorio esemplare di AI etica e responsabile.

I benefici: efficienza al servizio dell’impatto

Nel breve periodo, i vantaggi di un’adozione consapevole dell’AI sono concreti e misurabili. La comunicazione è l’ambito in cui le organizzazioni vedono i risultati più immediati: generare testi per newsletter, social, report di impatto o richieste di finanziamento richiede oggi una frazione del tempo di prima. Il fundraising è un altro fronte strategico: l’AI può supportare la profilazione dei donatori, personalizzare le comunicazioni e individuare nuove opportunità. La gestione amministrativa — rendicontazioni, verbali, e-mail — è un’area in cui il risparmio di tempo libera energie per le attività ad alto valore umano che nessun algoritmo può sostituire.

Nel medio periodo, le trasformazioni profonde riguarderanno la capacità di misurare l’impatto sociale, la progettazione dei servizi e la formazione interna. Le organizzazioni che sapranno integrare l’AI nella loro strategia lavoreranno meglio e saranno più credibili di fronte a finanziatori, istituzioni e comunità.

Gli ostacoli: cosa ci frena davvero

Il primo ostacolo non è tecnologico: è culturale. Molti operatori del Terzo Settore associano l’AI a un mondo distante dal loro — freddo, commerciale, disumano. Superare questo pregiudizio richiede esempi concreti, storie di organizzazioni simili che hanno già fatto il passo, spazi sicuri di sperimentazione.

Il secondo ostacolo è la mancanza di competenze. Non si tratta solo di saper usare uno strumento, ma di capire come funziona, quali sono i suoi limiti, come evitare errori o bias. La formazione deve essere accessibile, pratica e progressiva: prima si costruisce la consapevolezza, poi le competenze operative, infine si lavora sulla governance.

Il terzo ostacolo, spesso sottovalutato, è strutturale: le organizzazioni del Terzo Settore sono spesso piccole, con poca capacità di investimento e poca banda cognitiva da dedicare all’innovazione. Servono programmi nazionali, partnership con fondazioni e aziende, e modelli formativi gratuiti e flessibili.

Formarsi sull’AI: cosa davvero conta

Non tutta la formazione sull’AI è uguale. Esistono corsi teorici che trasmettono concetti senza costruire competenze, e corsi pratici che insegnano a usare uno strumento senza fornire il contesto per capire quando usarlo. Il criterio guida è uno: la formazione è utile se porta a un cambiamento reale nel modo in cui lavoriamo.

Questo significa privilegiare percorsi che partano dai casi d’uso concreti dell’organizzazione, che prevedano momenti di sperimentazione guidata e una riflessione critica sulle implicazioni etiche. La priorità, soprattutto per chi parte da zero, è sviluppare quella che chiamiamo AI literacy: la capacità di capire cosa può fare l’AI, cosa non può fare, e come valutare criticamente i suoi output. Solo su questa base si costruiscono competenze operative solide.

Good Loop: un programma nato da un’intuizione di sistema

Good Loop è nato da una convinzione: che il Terzo Settore italiano avesse bisogno non di un corso sull’AI, ma di un’infrastruttura formativa. Un programma gratuito, perché le barriere economiche non potevano essere un ostacolo. Flessibile, perché i ritmi delle organizzazioni non profit non sono quelli di un’azienda. Pratico, perché la teoria senza applicazione non cambia i comportamenti.

Promosso da Cariplo Factory con Fondazione Cariplo, il supporto di Fondazione Triulza e il contributo di Microsoft Italia e del Fondo per la Repubblica Digitale, Good Loop ha costruito un ecosistema formativo multilivello: moduli online progressivi, bootcamp in presenza in otto città italiane, una Community of Practice online per lo scambio di esperienze. I risultati dei primi mesi hanno superato le aspettative: migliaia di partecipanti da ogni regione d’Italia e da ogni ambito del non profit. Numeri che dicono una cosa semplice: la domanda c’era. Il Terzo Settore aspettava solo che qualcuno costruisse il percorso giusto.

Good Loop come strategia, non come corso

Good Loop non è pensato come esperienza formativa isolata, ma come primo passo di una trasformazione organizzativa. Un’organizzazione che partecipa non impara solo a usare un tool: inizia a sviluppare una propria visione dell’AI, a identificare i processi dove può fare la differenza, a costruire una governance interna responsabile. Il percorso avanzato è pensato per chi vuole diventare facilitatore interno — un moltiplicatore di competenze capace di portare l’innovazione dentro la propria rete.

In questo senso, Good Loop si inserisce in una strategia più ampia: dotare il Terzo Settore di una capacità autonoma di innovazione digitale, radicata nella cultura e nei valori di ciascuna organizzazione, non dipendente da consulenze esterne.

Il Terzo Settore e l’AI nel breve futuro: uno scenario possibile

Se nel breve futuro la maggior parte delle organizzazioni adottasse l’AI in modo consapevole il cambiamento, ne siamo sicuri, sarebbe profondo e tangibile. Organizzazioni più efficienti, capaci di fare di più con le stesse risorse. Una comunicazione dell’impatto sociale finalmente all’altezza del valore generato.

Un cambiamento culturale, ancor prima che tecnologico e operativo: un Terzo Settore che adotta l’AI, ponendo al centro le persone, l’etica e l’impatto come misura del successo, potrebbe generare un cambiamento che va al di là dei suoi confini. Per decenni il non-profit ha guardato al mondo profit come a una fonte da cui attingere strumenti e modalità operative: l’AI consente di invertire questo flusso, a condizione di innovare senza perdere le proprie caratteristiche distintive.

Nel mondo profit sono tantissime le persone e le realtà che si chiedono se sia possibile rimanere al passo con la trasformazione tecnologica senza perdere la propria “umanità”. L’AI è uno strumento che governiamo e dobbiamo governare. Forse – è la riflessione che nasce spontanea da questa nostra esperienza – il modello arriverà da una cooperativa sociale, un’associazione, una fondazione di comunità. Questo è il futuro che stiamo costruendo, un “loop” alla volta. La domanda non è se possiamo permettercelo: è se possiamo permetterci di non farlo.

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