
Professore della University of California, Berkeley e pioniere dell’ingegneria elettronica e della scienza dei calcolatori, co-fondatore di aziende di successo globale come Cadence Design Systems e Synopsys, membro del Consiglio Scientifico dell’IIT, presidente dello Strategy Board e dell’International Advisory board di MIND, advisor del programma di accelerazione Berkeley SkyDeck Europe, Milano, Alberto Sangiovanni-Vincentelli è una figura impossibile da ridurre a una sola, per quanto dettagliata, descrizione. La sua conoscenza spazia dalla scienza dei calcolatori alla cultura dell’imprenditorialità di frontiera, e un’intervista con lui offre sempre spunti utili per capire il presente e il futuro dell’innovazione, e delle sue potenziali ricadute sulla nostra società.
Professor Vincentelli, in che misura le recenti vicende che hanno coinvolto le università statunitensi (taglio dei fondi, restrizioni all’arrivo di studenti stranieri) stanno spingendo sempre più professori e ricercatori a trasferirsi in Europa?
La situazione negli Stati Uniti è molto dura per chi fa ricerca. Blocco delle assunzioni, tagli delle sovvenzioni, visti revocati stanno creando una situazione molto difficile sia per chi insegna, sia per chi fa ricerca. In questo contesto, sia la Cina sia i Paesi dell’Unione Europea (e non solo loro) stanno cercando di attrarre i ricercatori stanziati negli USA con un numero maggiore di offerte di lavoro e stipendi più alti rispetto alla media degli ultimi anni. Eppure, tutto questo potrebbe non essere sufficiente per convincere chi fa ricerca a spostarsi. C’è bisogno, in questo senso, di un vero e proprio “piano Marshall” per la ricerca europea. Un piano, in estrema sintesi, per creare le condizioni affinché i ricercatori possano beneficiare delle stesse condizioni di partenza offerte dagli Stati Uniti – infrastrutture all’avanguardia, collaborazioni con altre università e aziende corporate, supporto al trasferimento tecnologico di idee e progetti innovativi – e, al tempo stesso, dei benefici del welfare europeo.
Nonostante le difficoltà, il “sogno americano” per chi fa startup e innovazione è ancora vivo. Quali sono i motivi di questo straordinario e perdurante successo?
Nei miei cinquant’anni in America si è parlato tante volte di fine del sogno americano e di crisi della Silicon Valley, voci puntualmente smentite alla prova dei fatti. La forza dell’ecosistema risiede nella sua estrema adattabilità. Così come Google, Meta, NVIDIA hanno preso il posto di altre, grandi aziende del passato recente, allo stesso modo in Silicon Valley assisteremo nei prossimi anni alla nascita di nuove aziende di successo. OpenAI, in questo senso, nata come no-profit, è il simbolo di come questo ecosistema sia in grado di rigenerarsi continuamente, come la foresta amazzonica, assumendo forme e caratteristiche sempre nuove.
Fino a che punto questo ecosistema è replicabile altrove, e in che misura la politica può favorire e guidare lo sviluppo della tecnologia e dell’innovazione?
La politica può distruggere la ricerca, la scienza, la tecnologia, ma non può crearle a tavolino. Al tempo stesso le metodologie che funzionano nel mondo scientifico o in contesti imprenditoriali non possono essere replicate tale e quali in contesti istituzionali e di governo (come dimostra la parabola di Elon Musk alla guida del DOGE). In politica non è possibile, semplicemente, azzerare tutto e ripartire da capo. La relazione tra politica e tecnologia è bidirezionale, e non è possibile distinguere nettamente ruoli, cause ed effetti: i social media condizionano il dibattito pubblico attraverso i loro sistemi di raccomandazione ma, al tempo stesso, i politici sono in grado di condizionare i social media sfruttando le vulnerabilità intrinseche dei loro algoritmi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crescente polarizzazione del dibattito pubblico a tutti i livelli – scientifici, tecnologici, culturali – su cui l’Europa farebbe bene a interrogarsi e intervenire, prima che sia troppo tardi.
Fino a che punto l’Europa può veramente puntate sull’indipendenza tecnologica, a partire dalla stessa filiera di progettazione e produzione dei chip?
Dal punto di vista della produzione dei circuiti integrati gli Stati Uniti sono allo stesso livello dell’Europa, ed entrambi sono ugualmente lontanissimi dai livelli raggiunti da Taiwan (con TSMC) e Corea (con Samsung). L’indipendenza tecnologica assoluta è un’utopia, con le condizioni attuali, mentre un obiettivo alla nostra portata è sicuramente quello di sviluppare una rete di relazioni con i principali produttori di chip al mondo, tutelando al tempo stesso la nostra capacità di progettazione dei circuiti integrati. L’esempio da seguire, in questo senso, è quello di Tesla, che è riuscita a rivoluzionare il settore automobilistico grazie alla capacità di progettare in proprio i chip delle auto. La chiave di volta restano le università, e su questo punto è fondamentale che la formazione resti saldamente in Europa.
L’intelligenza artificiale è o non è una bolla, e quali sono gli ambiti di applicazione ancora poco presidiati e da cui potrebbero nascere le aziende del futuro?
La bolla non è tanto nell’intelligenza artificiale in sé, quanto nella convinzione di poter ottenere, fin da subito, risultati e guadagni immediati. Anche i computer, in fondo, hanno dovuto attendere anni prima di dimostrare il loro impatto sulla produttività. In un contesto in cui i Large Language Models (LLMs) stanno diventando sempre più delle commodities, la differenza sarà nella capacità di utilizzare l’AI in ambiti verticali a partire da una base di dati certa, per poter ridurre al minimo e contenere il rischio di errori e “allucinazioni”.
Allucinazioni ed errori non potranno, tuttavia, essere azzerate del tutto, e quindi non potremo mai fidarci ciecamente di questi strumenti. L’AI crea modelli approssimati di realtà che devono essere sempre verificati alla prova dei fatti. Dobbiamo, tuttavia, imparare a essere più aperti e favorevoli nei riguardi della tecnologia, soprattutto se questa permette di risolvere problemi e salvare vite umane: le auto a guida autonoma non saranno mai del tutto a prova di errore, ma potrebbero abbattere in maniera radicale il numero spaventoso di incidenti mortali in ogni Paese. L’intelligenza artificiale non può fare “tutto”, e l’educazione deve insegnare non solo le potenzialità della tecnologia, ma anche le sue limitazioni.