Magazine

Ecosistemi aperti: le nuove “polis” dell’innovazione

Un modello che si rinnova continuamente per la sua capacità di attrarre le migliori menti, catalizzarne le doti innovative, rendere possibile la contaminazione fra attori diversi: a distanza di quasi 3.000 anni, la “polis” (πόλις) greca rappresenta ancora oggi un modello di riferimento per qualunque progetto di convivenza fondato su partecipazione e collaborazione.

Il valore aggiunto del modello, declinato nella sua versione moderna dei distretti dell’innovazione, risiede nella capacità di realizzare soluzioni ad impatto in grado di “scalare” fuori dal luogo fisico e continuare il percorso di crescita. Soluzioni figlie di una collaborazione tra attori, generate attraverso idee e percorsi innovativi.

L’innovazione richiede ambienti in cui esprimere tutto il proprio potenziale, in maniera aperta, collaborativa, non confinata a uno spazio e un tempo circoscritto, anche per favorirne il servizio a beneficio dell’intera comunità.

La chiave di volta, in questo senso, è il coinvolgimento della società civile nella collaborazione tra istituzioni, enti di ricerca e imprese attraverso il cosiddetto modello a quattro eliche. La vera rivoluzione è di concetto: è il percorso di co-design che, strutturato su relazioni tra i vari attori, mira all’affermazione di soluzioni che siano di impatto per la comunità, aumentandone quindi in maniera orizzontale la crescita, attraverso la declinazione e la sintesi dei singoli punti di forza dei protagonisti. Senza questo percorso, di fatto, il cambiamento rimane sulla carta.

Questo approccio alle nuove “polis” dell’innovazione è sostenuto in primo luogo dall’Unione Europea, che lo promuove attraverso numerosi programmi, tra cui quelli dedicati alla creazione di distretti abitati da una pluralità di attori, connessi da un progetto comune e sostenuti da una costante cura delle relazioni tra i diversi stakeholder. Nascono in questo modo ecosistemi diffusi, in cui gli attori dell’innovazione aperta si uniscono in progettualità condivise per dare vita a soluzioni capaci di crescere, scalare e moltiplicare il proprio impatto in nuovi contesti.

Il passaggio da ecosistema diffuso a ecosistema di innovazione

In tutto ciò, l’elemento fisico ha seguito il suo percorso evolutivo. Per decenni, l’innovazione è stata sinonimo di concentrazione settoriale, guidata dal solo capitale finanziario, in luoghi dove l’elemento collaborativo non figurava tra gli asset di attrazione. Oggi il paradigma è cambiato.

Il passaggio verso gli ecosistemi di innovazione avviene attraverso l’emersione di terreni fertili localizzati e adattati per la crescita delle soluzioni, aggiungendo agli elementi commerciali di attrazione un modello operativo di natura collaborativa, la cui forza attrattiva è la varietà di tipologie di stakeholder presenti, con una regia e governance centrale.

Questa trasformazione non è solo di natura fisica e geografica, ma culturale. L’innovazione non è più solo tecnologica, ma sociale, organizzativa, ambientale e si nutre di contaminazioni tra saperi, settori e comunità. Essa trova casa e nutrimento proprio negli ecosistemi, la cui chiave si basa sulla comunità necessariamente attiva che costruisce valore attraverso la partecipazione, la cooperazione e l’interazione. Il sistema, tuttavia, funziona e genera innovazione solo se ogni parte è viva, connessa e responsabilizzata, legata da una visione comune.

Un caso emblematico è quello di MIND – Milano Innovation District, nato nell’area che ha ospitato EXPO 2015. Qui sta sorgendo un ecosistema che unisce ricerca scientifica, industria, startup, cultura, talenti e una visione pubblica di lungo periodo. Il progetto, figlio di uno dei principali partenariati pubblico privato su scala europea, con quasi 5 miliardi di euro investiti, sta portando alla creazione di un ecosistema di innovazione con la partecipazione di attori come Human Technopole, l’Università Statale di Milano, il nuovo IRCCS Galeazzi – Sant’Ambrogio, Fondazione Triulza e numerose imprese.

MIND non è solo un luogo fisico, ma un esperimento culturale basato sulla collaborazione. Lendlease, real estate developer australiano investitore nell’area, e Arexpo (oggi Principia), in rappresentanza della parte pubblica, hanno disegnato un laboratorio urbano dove sperimentare soluzioni di mobilità sostenibile, edilizia intelligente, sanità digitale e partecipazione civica. Un esempio di come l’innovazione possa essere progettata “insieme”, con una visione sistemica.

Un altro esempio virtuoso è ROAD, uno dei più recenti e promettenti ecosistemi di innovazione sostenibile in Europa, nato nel 2023 a Roma nell’area del Gazometro Ostiense. In soli due anni, si è affermato come un distretto imprenditoriale aperto, con una forte vocazione alla co-creazione e all’open innovation, promosso da Eni insieme ad altri partner nella sede dell’ex Gazometro di Roma Ostiense (riqualificato da Eni). ROAD è un punto d’incontro tra tutti gli attori pubblici e privati fondato su una comunità di attori attiva e volenterosa di co-creare e sperimentare progetti innovativi con attenzione all’impatto sociale.

In questi ecosistemi complessi la comunicazione gioca un ruolo strategico. Non si tratta solo di promuovere i risultati, ma di costruire una cultura condivisa, facilitare il dialogo tra attori diversi e rendere visibile il valore generato. Una comunicazione centrale, coordinata e coerente è essenziale per dare identità al distretto e orientarne la narrazione.

Allo stesso tempo, è fondamentale gestire attivamente la business community che si crea attorno al distretto. Eventi, piattaforme digitali, newsletter, momenti informali di incontro: tutto contribuisce ad alimentare il networking, favorire le connessioni tra imprese, startup, ricercatori e istituzioni, e quindi moltiplicare le opportunità di collaborazione e business.

In questo senso, la comunicazione non è un’attività accessoria, ma un’infrastruttura abilitante dell’innovazione.

Il percorso non è automatico, e ha bisogno di elementi chiave per poter funzionare. In primis una visione pubblica, capace di pensare a monte agli obiettivi di natura sistemica, al fine di dar luce ad ecosistemi di innovazione ben distribuiti, capaci di generare valore sui territori in cui poggiano. A ciò si aggiunge l’impegno e il coinvolgimento del privato, del mondo della ricerca e del terzo settore, per abbracciare l’innovazione attraverso un approccio moderno e sistemico, in grado di supportare l’innovazione tramite leve economiche, capaci di generare un ritorno e curando al tempo stesso l’impatto ambientale, sociale e culturale, orientato al bene comune.

Tutto questo non è sufficiente senza una governance capace di strategia e responsabilità. Una guida che sappia alimentare i processi, far crescere l’ecosistema dall’interno e tenere unito ciò che nasce, guardando al futuro nell’interesse degli attori che rappresenta e del territorio in cui si sviluppa. Una governance che sappia comunicare per generare comunità e costruire relazioni esterne che aprano strade nuove alle soluzioni sviluppate, misurabili attraverso un sistema capace di certificarne l’impatto.

Questi presupposti sono alla base di una comunità nuova, di una “polis” moderna nel senso più profondo del termine: connessa, responsabile, capace di attivarsi, immaginare e costruire soluzioni che migliorino il presente e possano orientare il futuro della società.

Potrebbe interessarti anche