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Founder “di rientro”: vale di più l’esperienza all’estero o il radicamento locale?

C’è una storia che amiamo raccontarci nell’ecosistema startup italiano. La storia del talento che se ne va, cresce, torna, come deus ex machina che risolve il problema atavico dell’innovazione italiana – la provincialità. – armato di network internazionale, di una mentalità da scale-up, di un po’ di accento londinese.

Quella del “founder di successo” di ritorno è una narrativa rassicurante e, come spesso accade con le narrazioni rassicuranti, è parzialmente vera e parzialmente un mito.

All’atto pratico la realtà è più complessa: se è vero che Simone Mancini è tornato dall’Australia per fondare Scalapay e portare il primo unicorno nel fintech italiano, è anche vero che farlo non è stato affatto scontato. Altrettanto si può dire di Danila De Stefano, che ha costruito Unobravo partendo dall’esperienza di expat a Londra, e Simone Di Somma, che ha fondato Innaas a Roma, è andato a Y Combinator a San Francisco, ha venduto la società a SAP e poi è tornato in Italia a ricominciare da capo con Cyberwave.

Un successo favorito dalla loro esperienza all’estero, o nonostante quell’esperienza? Proviamo a vederci più chiaro partendo proprio da queste tre esperienze, così apparentemente simili, così profondamente diverse fra loro.

Prima di tutto, una premessa: il fenomeno è reale e in crescita. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2023 della Fondazione Migrantes, nel decennio 2012-2021 i rimpatri di cittadini italiani dall’estero sono più che raddoppiati: da 29.000 nel 2012 a circa 75.000 nel 2021. Nel biennio 2022-2023, altri 129.962 italiani sono rientrati in Italia. L’età media di chi torna è 35 anni per gli uomini e 32 per le donne — esattamente il profilo di chi potrebbe voler fondare una startup.

A spingere questo trend non è stata solo la nostalgia. Dal 2019 in poi, il regime fiscale dei rimpatriati ha reso conveniente tornare: detassazione al 70% del reddito IRPEF dopo almeno due anni all’estero (fino al 90% per chi si trasferiva al Sud). Nel 2021 i nuovi contribuenti che ne hanno beneficiato sono cresciuti del 144% rispetto all’anno prima. Dal 2024 le condizioni sono peggiorate — il bonus è sceso al 50%, con tre anni minimi richiesti — e secondo gli esperti è atteso un “collasso dei rientri”. Il mercato risponde agli incentivi. Sempre.

Simone Mancini: trent’anni in Australia per inventare il buy now pay later italiano

Simone Mancini è nato a Empoli nel 1987. A tre anni si trasferisce in Australia con la famiglia — i genitori sono missionari laici — nella regione del Northern Territory, una zona grande cinque volte l’Italia abitata da 200.000 persone. Ci resta trent’anni. Studia economia alla Charles Darwin University di Darwin, poi lavora nel fintech australiano: prima in varie aziende, poi come Product Manager of New Ventures a Prospa, una scaleup australiana del credito alle PMI.

Nel 2019, a 31 anni, torna in Italia con il suo socio australiano-macedone Johnny Mitrevski, dopo aver identificato un’opportunità: il mercato italiano del retail è grande, il BNPL (buy now, pay later) ha già dimostrato di funzionare in Australia con Afterpay, e in Italia non c’è ancora nessun player affermato.

Ad agosto 2019 nasce Scalapay. A settembre 2021 chiude un Series A da 155 milioni con Tiger Global, raggiungendo una valutazione di 700 milioni. A febbraio 2022 arriva il Series B da 497 milioni — guidato da Tencent e Willoughby Capital — che porta Scalapay a un miliardo: primo unicorno nel BNPL dell’Europa meridionale. La holding è a Dublino.

La sua storia è quasi da manuale per chi vuole capire il vantaggio del returnee: conoscenza di un mercato geograficamente distante (l’Australia del BNPL), rete internazionale per il fundraising, ma scelta deliberata di lanciare in Italia, dove la mancanza di competizione locale ha offerto un vantaggio tattico enorme, unita alla presenza nel team di un cofondatore italiano, con forti legami con il mondo imprenditoriale lombardo (fonte: Sole 24 Ore).

Danila De Stefano: un problema personale che diventa impresa

Danila De Stefano è napoletana, classe 1992. Nel 2016, appena laureata con lode in Psicologia Clinica alla Sapienza, si trasferisce a Londra. Lavora come educatrice in una casa di cura psichiatrica e come research assistant alla Goldsmiths University. Non ha nessuna intenzione di fare la startup founder — al primo pitch di Unobravo non sa neanche cosa sia un CEO.

A differenza di molti founder di aziende tech, Danila De Stefano non arriva da business school o fondi di investimento. Arriva dal lavoro clinico.

Il problema che risolverà con la sua azienda lo sperimenta in prima persona: cerca uno psicologo a Londra e scopre un sistema con costi esorbitanti, liste d’attesa infinite, barriere linguistiche. Da qui allo sviluppo di una prima proposta il passo è breve: l’agenda si riempie in fretta, ma la gestione è quasi artigianale.

In questa fase di early stage, gioca un ruolo fondamentale il background professionale: non ha bisogno di un’analisi di mercato preliminare per interpretare il bisogno dell’utente, ma è l’esperienza quotidiana di chi lavora con i pazienti e vede quanto sia difficile trovare supporto psicologico accessibile.

Nel 2019 nasce Unobravo. Entra nel programma di accelerazione Social Fare, riceve un pre-seed da 150.000 euro da CDP Venture Capital, diventa startup of the Year 2022 di Startupitalia!. Più di 7 milioni di sedute erogate, oltre 435.000 pazienti, più di 9.000 professionisti sulla piattaforma, operativi fra Italia, Spagna, Francia, con l’obiettivo di ampliare l’accesso alla salute mentale e promuovere una cultura più aperta sul benessere psicologico.

La cosa interessante di Unobravo è che l’idea nasce sì dall’esperienza di expat, ma combinata con una profonda comprensione del contesto culturale e del settore di riferimento. Non è un’applicazione pensata per gli italiani all’estero: è un servizio che ha capito prima degli altri che il tabù sulla salute mentale in Italia stava per sgretolarsi, contribuendo ad accelerare in maniera determinante il cambiamento e diventando così uno dei casi di crescita più rapida nell’ecosistema nazionale.

Il valore delle relazioni e la differenza di cultura del rischio

Le storie di Scalapay e Unobravo sono reali. Ma sarebbero incomplete senza un’avvertenza: entrambe hanno funzionato anche — forse soprattutto — perché i founder hanno trovato o costruito ponti con il tessuto locale che da soli non avevano. Mancini con il cofondatore italiano. De Stefano con Social Fare e CDP.

Il returnee founder porta asset preziosi: network internazionale, familiarità con i capitali esteri, mentalità orientata alla scalabilità globale. Ma l’Italia non è la California. Le relazioni istituzionali contano. Il tessuto economico è fatto di PMI familiari. I tempi burocratici sono lunghi. La cultura del rischio — degli investitori, dei clienti, dei potenziali dipendenti — è più conservatrice.

Chi non ha mai lasciato l’Italia conosce questi meccanismi nel profondo. Sa come approcciare un imprenditore veneto o un manager di banca lombarda. Sa navigare i bandi, costruire partnership con realtà che a un occhio esterno sembrano lente ma che sono solide. Sa dove sono i centri di potere reale dell’ecosistema — e spesso non coincidono con quelli sulla mappa di Crunchbase.

Simone Di Somma: da Roma a Y Combinator, e ritorno

C’è però un terzo tipo di storia — più rara, più complessa. Non il talento che torna dopo anni all’estero. Non l’expat che porta un’idea dall’estero in Italia. Ma il founder italiano che parte con la propria startup, la porta negli Stati Uniti, fa l’exit, e poi sceglie deliberatamente di ricominciare in Italia.

Simone Di Somma è romano. Nel 2013 fonda Innaas — e lo fa, come mi ha raccontato lui stesso, senza sapere cosa stesse facendo. Crescono piano: 100mila euro di fatturato, poi 500mila, un milione, due milioni nel 2018. Numeri onesti per una PMI, non abbastanza per una startup. “Non era quella cosa esponenziale – confessa – Aumentava sempre, ma linearmente.”

A fine 2018, un amico israeliano con cui si era costruito un network in Europa lo smonta e lo rimonta: gli fa capire che il prodotto — Natural Language to SQL, ovvero interrogare database in linguaggio naturale — è tecnologicamente solido, ma la company è organizzata male dall’inizio. “Mi ha dato una svegliata. Mi ha detto: secondo me possiamo salvare l’impresa se adesso facciamo un nuovo start.” Il piano è Y Combinator.

Ci entrano nel 2019, tra le prime startup italiane in assoluto nella storia del programma. Per entrarci, fanno il flip: liquidano la struttura italiana, fondano una Delaware corporation chiamata Askdata, comprano gli asset di Innaas. “Di fatto creiamo una nuova azienda assolutamente americana, from scratch.” Si trasferisce a San Francisco. Ci resta fino al 2022, pandemia compresa.

L’acquisizione di SAP arriva nel 2022 e la tecnologia di Askdata diventa parte di SAP Analytics Cloud — il prodotto di punta del gruppo — e oggi è usata da Standard Chartered Bank, Banca Intesa e decine di grandi organizzazioni nel mondo. Di Somma rimane managing director durante la fase di transizione, poi esce prima del previsto lasciando, dice, “una macchina perfetta“. I rapporti con SAP restano ottimi: Cyberwave, la sua nuova startup nella robotica, ha già chiuso una partnership globale con il gruppo.

Perché tornare in Italia — e cosa si porta davvero dall’America

Dopo l’exit, Di Somma prova di tutto: professore universitario, consulente per grandi aziende. Dura poco. “Ho realizzato purtroppo di voler fare un’altra impresa. Dico purtroppo perché la startup ti costringe a lavorare come un dannato.”

La scelta di tornare in Italia per Cyberwave non è sentimentale. È strategica. “Siamo la seconda manifattura d’Europa. In un settore come la robotica industriale, perché andare in America dove non ci sono fabbriche?” Il fundraising lo ha fatto con termini internazionali — “ho avuto una valorizzazione molto buona come quella che avrei preso negli Stati Uniti” — ma la sede è a Milano, il team è internazionale fin dal primo giorno, e la documentazione interna è in inglese. “Siamo un’azienda senza passaporto. Quando devo operare negli Stati Uniti, ho la Delaware, ho tutti i contatti. Non vedo problemi.”

Quello che l’America gli ha dato — e che porta con sé — è soprattutto una cosa che non si compra: la densità. “Talent density e capital density. Nella stessa stanza parli con tantissime persone di altissima qualità. Queste due cose sono quasi impossibili da riprodurre.” E poi la scala mentale: vedere round da decine di milioni gestiti con normalità, rifiutare un commitment da un milione perché il consiglio di un advisor è quello di non prenderlo. “Adesso che sono più esperto lo capisco. Ma da giovane sei esposto a cose folli. E impari che è tutto più semplice del previsto — e più vicino di quanto pensi. Basta impegnarsi, basta essere intelligenti. Non c’è nessun segreto.”

Quello che dice la ricerca: i founder di ritorno hanno un vantaggio reale, ma circoscritto

C’è uno studio pubblicato a gennaio 2026 che dovrebbe far riflettere. Si chiama The African Diaspora Advantage Myth, commissionato da Dream VC e guidato da Ismail Chaib. Analizza 294 startup exit africane tra il 2019 e il 2025 — il momento in cui una startup viene acquisita o si quota in borsa — confrontando founder cresciuti in Africa con quelli provenienti dalla diaspora.

Il risultato è controintuitivo: i founder locali portano le loro startup all’exit più velocemente e mantengono più valore nel continente. I loro modelli di business si rivelano più adattabili. I founder della diaspora, sì, primeggiano nell’efficienza del capitale e nell’accesso a un’istruzione di élite. Ma le loro aziende tendono a replicare il modello delle imprese straniere, esternalizzando il valore fuori dal continente.

L’Africa non è l’Italia — il contesto è profondamente diverso. Ma il meccanismo è lo stesso: l’esperienza internazionale è preziosa, ma non sostituisce il radicamento. Chi conosce profondamente un mercato costruisce aziende più solide in quel mercato. Il vantaggio del returnee è reale ma circoscritto — e tende a svanire nel tempo, mentre il vantaggio del founder locale si accumula.

Cosa serve davvero per tornare, prima di tornare

Chi torna con l’idea di replicare il modello di Londra o San Francisco di solito fallisce. Non perché sia impreparato. Perché sta cercando di risolvere un problema italiano con una mappa disegnata altrove.

La prima cosa da fare è umile: studiare il mercato italiano come se fosse straniero. Con la stessa curiosità che si userebbe per capire un nuovo Paese. Perché dopo anni all’estero, in un certo senso, lo è.

La seconda è costruire subito ponti con il tessuto locale — e qui i venture builder e gli acceleratori come Cariplo Factory giocano un ruolo che va oltre il capitale. Sono punti di accesso privilegiato a reti di relazioni che richiedono anni per essere costruite da soli. La figura dell’Entrepreneur in Residence è probabilmente la più intelligente per chi torna: permette di immergersi nell’ecosistema, testare idee, costruire credibilità, prima di lanciare in autonomia. È esattamente il percorso che Danila De Stefano ha fatto con Social Fare.

La terza — ed è forse quella che i returnee sottovalutano di più — è capire che il proprio valore non sta nel portare “il mondo esterno” in Italia. Sta nel fare da ponte. Connettere fondi internazionali con opportunità italiane. Attrarre talenti globali su progetti locali. Aprire mercati esteri a realtà che non hanno mai pensato oltre il confine. Questo è un ruolo che il founder nativo difficilmente può svolgere con la stessa efficacia.

La risposta è: dipende da come torni

Fondatore di ritorno o fondatore nativo — chi vince? È la domanda sbagliata.

La risposta giusta è che i team più efficaci dell’ecosistema italiano emergente sono quelli che combinano i due profili. Chi porta il network internazionale e la mentalità globale. Chi porta il radicamento locale e la conoscenza profonda del mercato. Non è un caso che sia Scalapay che Unobravo abbiano avuto successo costruendo team ibridi — non clonando modelli importati. E non è un caso che Di Somma, per Cyberwave, abbia scelto come co-founder Vittorio Banfi — un altro italiano rientrato, ex Google a Londra — costruendo fin dall’inizio un team che conosce entrambi i mondi.

Il saldo migratorio italiano è ancora negativo: -52.334 nel 2023 secondo Migrantes. Il Paese continua a esportare più talento di quanto ne importi. Ma qualcosa si muove. I rientri crescono. L’ecosistema matura. E con la nuova stretta fiscale del 2024 che rischia di invertire il trend, il momento per costruire qualcosa di strutturale è adesso — non tra cinque anni.

Il returnee founder più efficace non è quello che porta l’Italia all’estero, né quello che porta l’estero in Italia. È quello che ha smesso di fare questa distinzione. Con un piede in entrambi i mondi, e la lucidità per capire quando usare quale.

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