
Diplomatico di carriera che ha ricoperto diversi incarichi all’estero per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Sergio Strozzi è attualmente Head of Innovation, Technology and Startups del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, carica che ricopre dal settembre 2025 dopo quattro anni in cui è stato Console Generale d’Italia a San Francisco.
La sua esperienza è fondamentale per comprendere i cambiamenti profondi che stanno interessando l’ecosistema dell’innovazione a livello globale, e le opportunità per startup, investitori e operatori dell’ecosistema italiano.
“Dobbiamo lavorare di più e meglio sui nostri punti deboli, peraltro spesso comuni al resto d’Europa – dichiara nell’intervista – potenziare il trasferimento tecnologico e l’imprenditoria che nasce dalla ricerca, sostenere il venture capital per arrivare a volumi d’investimento almeno pari a quelli dei nostri principali partner europei, diffondere nelle nuove generazioni la cultura dell’imprenditorialità, della ricerca applicata e del fare innovazione, a beneficio della nostra società di oggi e di domani”.
Quali sono, secondo la sua esperienza, le principali differenze tra il modello europeo, italiano e americano nel modo di approcciare le startup hi-tech?
La principale differenza è nel “mindset”. La mentalità che ho respirato durante i miei quattro anni di lavoro come Console Generale a San Francisco è basata su almeno cinque elementi determinanti: cultura dell’imprenditorialità, fallimento e propensione al rischio, ossessione per la crescita, capacità di tech transfer e investimento da parte degli imprenditori già consolidati nelle startup del futuro.
Nell’ecosistema della Silicon Valley chi genera nuove idee crea valore per tutti, e viene perciò stimato e ascoltato. Ciò non significa non effettuare “due diligence”, bensì non lasciare ad altri un futuro prodotto di successo. In questo senso, il fallimento viene visto come qualcosa di naturale che genera conoscenza, esperienza e maturazione. La cultura del fallimento si accompagna a un altro fattore decisamente più diffuso in Silicon Valley che in Europa: la propensione al rischio. Ecco perché il 50% circa degli investimenti in capitale di rischio mondiali sono negli USA e di essi circa il 50% si concentra nella Valley.
Per quanto riguarda le altre differenze è importante sottolineare come sia il fondatore di startup, sia il VC che lo supporta, puntino sempre alla crescita finanziaria ed economica. Non si accontentano dei primi fundraising o di vendere a un mercato ristretto: mirano a scalare.
Tra ricerca e mercato in Silicon Valley c’è, inoltre, fortissima osmosi. Non esiste la dicotomia tra università e mondo delle imprese. Da un momento all’altro il professore o il ricercatore possono diventare imprenditori e fondare la propria startup. Le “big tech” americane, così come le startup della Silicon Valley, pullulano di ex ricercatori di Stanford o di Berkeley.
Da ricordare, infine, come i grandi imprenditori americani investano a loro volta in giovani startup, generando così un circuito virtuoso che si riproduce a catena, attirando sempre più talenti e giovani brillanti dal resto del mondo.
Queste differenze sono anche i nostri “punti deboli”, quelli su cui maggiormente dobbiamo lavorare, come italiani ed europei, partendo sicuramente dalla capacità di riconoscere il nostro valore elevato nei campi della ricerca, della manifattura avanzata, dell’ingegneria, nonché nella capacità di accumulare capitali e risparmio. Risparmio che dovrebbe essere maggiormente indirizzato verso gli investimenti in innovazione tecnologica.
Quali sono, per le startup italiane, le reali opportunità per crescere all’estero e ricevere investimenti da parte di investitori internazionali?
Questa è una fase di grandi opportunità per le nostre startup e PMI innovative sia dal punto di vista della consapevolezza delle istituzioni e corporate, sia per quanto riguarda i cambiamenti generati dall’instabilità geopolitica.
Da circa nove mesi sono rientrato in Italia da San Francisco e ho potuto toccare con mano il fermento che sta vivendo il nostro ecosistema innovazione. Ho visitato poli e realtà d’eccellenza, dal nord al sud, in grandi città ma anche centri minori. Il Sistema Italia ha ormai compreso la necessità di investire in imprese innovative, i veri motori della futura economia mondiale.
Da grandi innovatori, gli europei hanno corso il rischio di trasformarsi in euro-scettici. Per fortuna ci ha risvegliati il Rapporto Draghi: l’Europa deve tornare a produrre alta tecnologia e rafforzare la propria autonomia nei settori strategici (IA, Cybersicurezza, energia, spazio, difesa e uso duplice, tecnologie quantistiche). Per far crescere l’industria delle nuove tecnologie occorre investire in Ricerca&Sviluppo, favorire gli investimenti e le aggregazioni di aziende, perché la dimensione, nella concorrenza globale, conta. In questo senso, è fondamentale il ruolo di istituzioni, grandi imprese, ma anche delle PMI, che sono la parte preponderante del nostro sistema economico.
Parallelamente, gli operatori internazionali dell’innovazione cercano sempre più di diversificare catene di approvvigionamento, investimenti, collaborazioni tecnologiche e commerciali.
Gli investimenti in venture capital in Italia nel 2025 sono arrivati a circa 2 miliardi di euro. Alla crescita su base annua ha finalmente contribuito l’arrivo di una buona percentuale di capitale straniero: un ottimo segnale di fiducia per le nostre startup.
Infine, bisogna considerare che l’instabilità geopolitica attuale induce le economie nazionali ad esplorare nuovi mercati e a rafforzare le relazioni con nuovi Paesi e aree geografiche, che nel frattempo crescono in termini di reddito e di propensione all’innovazione.
Tutti questi sono fattori di cui approfittare per attirare fondi esteri, ampliare il proprio mercato, stringere nuove partnership tecnologiche in giro per il mondo.
Quali sono gli strumenti di sostegno e le azioni di posizionamento del Ministero degli Esteri e ICE per l’internazionalizzazione dell’ecosistema italiano dell’innovazione?
La prima operazione strategica che abbiamo lanciato, insieme ad ICE e ad altri attori dell’ecosistema, è stato un rebranding negli ambienti economici internazionali: l’Italia è apprezzata per settori “tradizionali” come la moda, il design, l’alimentare, il turismo. All’estero manca conoscenza di quanto produciamo in ambito deeptech: dalla componentistica aerospaziale alle biotecnologie, dalla cybersicurezza alla robotica e alle tecnologie per la transizione energetica.
In quest’ottica, la nostra rete diplomatica e gli Uffici ICE promuovono una maggiore conoscenza delle tante startup e imprese innovative italiane (la stessa nuova pagina “Innovazione” del sito della Farnesina intende presentare l’ecosistema italiano più tecnologicamente avanzato, come una vetrina del Tech “made in Italy”).
Stiamo inoltre incrementando il numero di eventi e fiere tech internazionali, generaliste o specializzate, a cui l’Italia partecipa con un Padiglione nazionale. La nostra strategia è di assicurare una presenza italiana a tutte le maggiori fiere del tech a livello globale.
Le Fiere sono un’occasione di visibilità, ma anche uno strumento di matching commerciale e aggancio di potenziali investitori. Ecco perché invitiamo tutti i founders a tenere monitorati i bandi di partecipazione sul sito ICE. Anche SIMEST, grazie ai finanziamenti disposti dal MAECI, offre agevolazioni per la copertura delle spese per partecipare a fiere internazionali.
Un altro strumento del Ministero a sostegno delle nostre startup è il Centro Italiano d’Innovazione INNOVIT a San Francisco. Ho avuto l’onore di aprirlo io stesso, come Console Generale allora in carica, nel 2022. Dal gennaio 2023 INNOVIT ha organizzato sei programmi di mentorship e accelerazione ogni anno, ciascuno su una verticale diversa: ad oggi INNOVIT ha accompagnato quasi 500 startup e PMI italiane. Dopo 4 anni di operatività gli “Alumni” di INNOVIT hanno aperto sedi commerciali negli USA, raccolto clienti e finanziamenti. Il Centro sta poi contribuendo ad attirare nuovi investitori americani verso il mercato italiano.
Ultimo strumento che abbiamo introdotto sono i Tavoli di Coordinamento per l’internazionalizzazione delle imprese di settori strategici per la crescita economica del nostro Paese: il primo su Scienze della Vita e Biotecnologie, il secondo su Cybersicurezza, e il terzo, recentissimo, su IA e Quantum. Sono Tavoli che riuniscono gli attori fondamentali dell’ecosistema innovazione in ciascun ambito: elaborano analisi, raccolgono suggerimenti e decidono le misure di internazionalizzazione più efficaci per le imprese (nuove fiere a cui partecipare, programmi di accelerazione a INNOVIT, presentazioni dell’ecosistema italiano da realizzare con le nostre Ambasciate in Paesi target, ideazione di nuovi strumenti finanziari mirati ai processi di internazionalizzazione.
Quali sono le possibilità che l’Italia, in futuro, possa essere riconosciuta come una “tech nation”?
L’Italia è sempre stata storicamente riconosciuta per essere una “tech nation”. Gli italiani hanno originato innovazioni e progresso dall’epoca degli acquedotti e del calcestruzzo romani a inventori come Marconi e Fermi, fino ai giorni nostri: Perotto (primo calcolatore programmabile-computer personale), Marchiori (il motore di ricerca che ha rivoluzionato il web), Cipriani (prima mano bionica), Dondolato (diagnosi precoce di malattie mediante nanoparticelle magnetiche). Siamo tra i primi Paesi al mondo della classifica Top500 per supercomputer e capacità di calcolo.
L’Italia può finalmente contare su unicorni quali Satispay, D-Orbit, Bending Spoons, così come su startup e scaleup che stanno attirando sempre più venture capital internazionale: i recenti casi, ad esempio, di Generative Bionics, Exein e Lexroom dimostrano il crescente interesse verso l’Italia degli attori dell’innovazione mondiale. Altri segnali sono la decisione di una grande società statunitense delle tecnologie quantistiche come IonQ di aprire e investire in Italia, e i progetti di data center in Italia recentemente annunciati da Equini, EdgeConnex e Vantage.
Detto questo, ribadisco che dobbiamo lavorare di più e meglio sui nostri punti deboli, peraltro spesso comuni al resto d’Europa: potenziare il trasferimento tecnologico e l’imprenditoria che nasce dalla ricerca, sostenere il venture capital per arrivare a volumi d’investimento almeno pari a quelli dei nostri principali partner europei, diffondere nelle nuove generazioni la cultura dell’imprenditorialità, della ricerca applicata e del fare innovazione, a beneficio della nostra società di oggi e di domani.
Questi sono gli strumenti con cui si fa crescere un ecosistema dell’innovazione. Queste sono le misure che possono consentirci di aspirare alla sovranità tecnologica europea e nazionale e all’autonomia nei settori strategici.