
Presidente di Confcooperative Federsolidarietà, l’organizzazione nazionale che rappresenta le cooperative sociali, presidente e Amministratore Delegato di Cooperjob, agenzia per il lavoro del gruppo CGM, presidente di AICCON Research Center, centro studi promosso dall’Università di Bologna che promuove la cultura della cooperazione e del non profit, Stefano Granata è pioniere dell’imprenditoria sociale e dal 2025 è presidente anche di Social Impact Agenda per l’Italia, dopo essere subentrato nel ruolo storicamente ricoperto da Giovanna Melandri. “La scintilla generativa dell’impatto – dichiara, in occasione della nostra intervista – non si è mai spenta e rimane un asse portante della strategia di imprese e investitori. Ora serve un ecosistema in grado di valorizzare le nuove idee”.
Qual è il ruolo di Sia nel favorire la diffusione della finanza a impatto in Italia, e quali sono i vostri principali programmi per i prossimi 12 mesi?
Nei suoi primi dieci anni di vita, Social Impact Agenda per l’Italia ha contribuito in misura determinante a diffondere i concetti chiave della nuova finanza a impatto sociale. Oggi i soci di SIA sono prevalentemente istituti finanziari, associazioni, investitori, fondi pensione che rendono l’associazione un luogo centrale di confronto a dibattito. Il passo successivo sarà quello di tradurre questa “cultura dell’impatto” in attività concrete, attraverso la realizzazione di progetti verticali su uno specifico tema. Rigenerazione urbana, lavoro dei giovani, reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro sono temi che possono trasformarsi in progetti concreti e diventare rappresentativi del potenziale della finanza a impatto, sussidiaria di ciò che lo Stato non vuole o non riesce più a fare. Lavorare su azioni di sistema è il “must” che ci siamo dati, coinvolgendo il più possibile gli investitori e le istituzioni.
In che misura la finanza a impatto può contribuire ad affrontare i problemi sistemici e raggiungere obiettivi sociali di interesse europeo, come l’esclusione dei giovani dal mercato del lavoro?
La finanza a impatto può sostenere lo sviluppo di modelli di intervento in grado di cambiare radicalmente il rapporto tra giovani e lavoro, sulla falsariga degli esempi di successo dei Paesi del Nord Europa. Un ruolo di supplente, quindi, ai fondi di coesione per contribuire ad avvicinare fra loro i Paesi attraverso progetti che nascono dal basso e assumono dimensione e rilevanza sistemica. Abbiamo bisogno di un mercato del lavoro dove domanda e offerta possono incontrarsi alle migliori condizioni possibili per tutti, tenendo conto dei bisogni dei giovani: non sarà la competizione selvaggia per accaparrarsi i pochi posti disponibili a risolvere la carenza di risorse umane qualificate cui devono far fronte le imprese.
In che misura gli obiettivi SDG potrebbero rientrare all’interno delle strategie di investimento dei fondi?
Molti investitori, oggi, hanno una profonda consapevolezza che il tema dell’infrastruttura sociale è un tema che ha davanti a sé ancora futuro, ma perché gli investimenti possano concentrarsi sempre più sugli obiettivi di sostenibilità è necessario passare dalle soluzioni universali e standardizzate a soluzioni su misura per le diverse fasi della vita. Si tratta di un mercato in costante ampliamento, soprattutto in Paesi che hanno vissuto in un regime di welfare universalistico come il nostro e che nei prossimi decenni sperimenteranno fenomeni dirompenti come l’invecchiamento della popolazione. Su questi temi c’è bisogno di un’innovazione vera, in grado di rispondere ai bisogni delle persone ma al tempo stesso di emanciparsi dai costi insostenibili che hanno sorretto per tanti anni i servizi pubblici.
Che cosa sono le startup “impact-native” e che cosa manca per accelerare la loro diffusione e il loro successo in termini di crescita e raccolta di capitali?
Se in passato la dimensione d’impatto era confinata a una logica per lo più di rendicontazione, oggi è diventata parte integrante della strategia delle imprese, soprattutto fra le startup fondate dalle nuove generazioni. Il vero problema è che non esiste, tuttora, un vero ecosistema capace di garantire investimenti che non siano puramente vincolati alla scalabilità dell’impresa. Non è scritto da nessuna parte, tuttavia, che le startup a impatto debbano avere una risposta pronta per ogni problema: dobbiamo uscire dalla logica dell’efficienza estrema per introdurre indicatori di efficacia. In questo contesto, le startup a impatto possono avere futuro solo se riusciremo a creare un ecosistema in grado di sostenerle.
Nel 2022, il libro di Ronald Cohen “Impact” ha evidenziato il bisogno di una via alternativa per arrivare a un mondo nuovo. Che cos’è rimasto di quella visione, e che cosa è diventato oggi “l’impatto”?
I principi fondativi rimangono quelli delineati nell’opera di Ronald Cohen anche se, in alcuni casi, la finanza a impatto è stata utilizzata per operazioni di “washing” soprattutto per quanto riguarda i temi ambientali. Quella scintilla generativa, tuttavia, non si è mai spenta del tutto e rimane un asse portante, anche se l’atteggiamento prevalente oggi è molto più cauto e individualistico di un tempo: ci troviamo all’interno di una fase anticiclica, in cui è importante non perdere il terreno acquisito e valorizzare i risultati concreti fin qui raggiunti.